La prima volta che scrissi di una recensione

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Non mi è mai capitato di sentire l’esigenza di ribattere ad una recensione riferita ad uno dei miei lavori, ma leggendo le righe che Luigi Bertaccini dedica a “Figlio del diavolo” sul portale e20romagna.it qualche giorno fa, non sono riuscito ad impedirmi di farlo, chissà, forse proprio per l’onestà che lui mi attribuisce.

Lo faccio principalmente perchè queste canzoni non parlano, come lui con sicurezza sostiene, di “una storia finita, che è rimasta dentro piena di ferite e di dubbi e che non si riesce a scordare”, perchè questo non è “un disco di confessioni private, dolorose”.

Per me questo è un album pieno di rabbiosa gioia, di presente, di ora, che parla di ribellione, di confronto, di scontro tra una generazione alla quale è stato tolto tutto e la società con la quale essa è costretta a misurarsi, che parla di prendere iniziativa, di azione-reazione, delle molte persone conosciute nell’ultimo randagio periodo della mia vita, dell’esponenziale crescita di un amore, della messa a fuoco di un futuro.

È il lavoro meno introspettivo e musicalmente più lontano da tutto ciò che ho fatto prima, un album in cui ho creduto molto perchè contiene un suo mondo e sente la necessità di volerlo esplodere ad ogni costo verso il mondo reale, esterno.


Un disco di storie, non il disco di una storia come sostiene Luigi, un disco che quando parla di passato lo fa con la licenza della poesia, con il distacco del racconto.

Resta indiscutibile il fatto che ciascuno legge e sente ciò che crede tra le parole di una canzone e non è certo il contrario che voglio dimostrare, ma per dovere di cronaca e ad onor del vero, “un disco di confidenze dolorose” per chi se ne fosse accorto io l’ho già fatto, si intitolava “Il rumore migliore” ed è per me un capitolo chiuso subito dopo la sua stessa scrittura avvenuta più di quattro anni fa, rispetto al quale mi sento tanto avanti sia a livello umano, che (lo spero molto) artistico.

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