Lo stato delle cose

Il luogo dove è stata combattuta una guerra estenuante e i carboni ancora ardono sotto le macerie e sussurrano una melodia stanca per la danza macabra di fumi e fantasmi.
È da qui che bisogna partire, dal punto più drammatico della messa in scena, quando tutti si aspettano che la sceneggiatura abbia uno slancio risolutore verso i tre/quarti della sua durata e invece non succede niente, si può solo guardare sempre più a fondo, fino a scavare dentro a ogni singolo dettaglio del quadro, fino a che se ne riescono a sentire gli odori e non si può che diventarne parte.
La musica mi stringe sotto lo stomaco.
La scrittura per me è dolore.
È un luogo di verità, ché la verità è dolorosa e il dolore è quanto di più vero ci sia al mondo.
È il racconto intimo di me stesso a me stesso, una confessione, è il momento in cui esisto davvero, quello in cui se sento chiamare il mio nome, io rispondo.
È un rifugio costruito con minuscoli pezzi di cuore, fegato, polmoni e occhi, dove ritrovare la forza di eroi epici della giovinezza, è una casa sull’albero.
È la memoria, che spietata marchia a fuoco la mappa dell’esistenza sulla pelle, perché la si possa rileggere giorno dopo giorno senza dimenticare e siamo tutto quello che abbiamo amato e tutto quello che abbiamo combattuto e abbiamo combattuto ciò che abbiamo amato.
È l’esistenza dell’imperfetto, la comprensione dell’errore contro le gabbie serrate di una società voluta dagli uomini che non rappresenta gli uomini.
È la ferita che non si rimargina e sanguina un’emorragia di lacrime che riempie i fiumi già grossi del disgelo.
È il relitto sulla spiaggia all’alba, pietrificato dall’urlo del mare che l’ha riportato sulla sabbia, è una cattedrale di abeti alti e il vento li attraversa e li fa cantare.

Lo stato delle cose.

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