Rockit a proposito di Marquez

Se i primi tentativi di battere il chiodo della propria creatività si erano risolti in un paio di lavori più che dignitosi, catapultati poi nella bolgia infernale del materiale prodotto dalla comunità indipendente tricolore senza troppi riscontri, la speranza è che stavolta ai Marquez le cose girino dalla parte giusta.

Perché “Il figlio del diavolo” merita tutte le attenzioni del caso: più maturo rispetto ai lavori precedenti, suonato e prodotto come il dio dell’indie comanda, queste dodici tracce trasudano bellezza e profondità. Canzoni in bilico tra rock e pop, intrise di noise (la torride parti finali di “Abbia inizio la guerra” e “Fossero pugni in faccia”, per non parlare di“Rmn”) qualche spruzzata di elettronica gentile (chi si ricorda di Fabio Viscogliosi?). un ciccinino di psichdelia (lo spirito di Syd Barrett a guidare la consolle nelle ultime note di “Meno male che non dormo quasi mai”), che non disdegnano impasti acustici (la bellissima “In giugno”). Tutte pressoché evocative, a volte immediate, tanto che se i professionisti dell’etere fossero meno ottusi di quello che sono spedirebbero on air un giorno sì e l’altro pure “Dieci monete in tasca” senza pensarci due volte. E putacaso ci fosse qualcosa da dire o da ridire, da buttare via o da rivedere, il consiglio è di fare spallucce, gettare il pelo con tutto l’uovo e farsi conquistare da un disco spiazzante per l’intensità che è capace di emanare. Idem per quel che riguarda le liriche, curate e mai banali, a volte profonde e probabilmente legate a doppio filo con la vita e le emozioni di Andrea Comandini, cantante e compositore della band romagnola. Uno che, per dire, da ragazzino aveva appeso in camera il poster dei Kiss. Poi, per fortuna, si cresce lasciandosi alle spalle la tamarriade che vive e prospera nei cuori di tutti noi poveri mortali.

Giuseppe Catani su Rockit

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