The stereotype, una nuova recensione

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Andrea Comandini, musicalmente attivo a vari livelli dalla fine degli anni ‘80, esce a Febbraio con un disco interamente autoprodotto sotto il moniker di Marquez. Figlio Del Diavolo è un disco maturo, in cui l’autore dimostra una sorprendente e sincera fiducia in se stesso, e che risulta eterogeneo senza mai perdere l’immediatezza che fa funzionare un disco ascoltandolo tutto d’un fiato.

Non mancano cali di tensione (vedi, ad esempio, “Al Fuoco”), ma il prodotto mantiene una sua coerenza generale; la chitarra graffiante e la voce doppiata si reiterano come formula comunicativa vincente, dosando sapientemente pathos, asprezza e lato dolce. I momenti sporchi e abrasivi come quelli del brano d’apertura, le strutture più classicamente indie rock, le scarne melodie vincenti dei pezzi, senza mai una nota di troppo, gli accorgimenti di produzione, gli effetti sulla voce, il mutare degli elementi, messi ora in primo piano, ora più indietro. Funzionano anche le parti che non ti aspetti, vedi l’ottimo momento sperimentale della TomorrowNeverKnowsiana “Fossero Pugni In Faccia”, che poi si apre in un ruggente fuzz di chitarra, o la fragile classicità di “Menomale Che Non Dormo Quasi Mai”. Un lavoro meditato, un lavoro ben congegnato e pulito, arrangiamenti sapienti, mai sopra le righe, ma assolutamente completi, di modo che il tono anche dei pezzi meno riusciti sia discreto non risultando mai banale.

Un disco sostanzialmente di cantautorato rock, a cui non mancano smaliziati elementi d’elettronica, uncini pop, episodi ambient/noise, un disco sicuramente indicativo d’una irrequieta creatività, genuina benché opera di un autore tutt’altro che alle prime armi, anzi, con un più che significativo percorso artistico alle spalle.

Il progetto resta piuttosto esterno alle logiche di fermento che si catalizzano attorno alle più chiacchierate opere cantautorali italiane, tra le quali questa, comunque, pur non andando certo a costituire un unicum, appare decisamente competitiva, per lo meno alla luce del fatto che si son visti termini sproporzionatamente sensazionalistici spesi attorno progetti molto meno interessanti.

Caustico e romantico, politico ed intimo, non impigliato nelle maglie dei cliché del cantautorato nostrano, Marquez punta tutt’altro che basso e confeziona un lavoro originale e comunque dignitoso, dove non brillante.

Edoardo Biscossi su The stereotip

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